giovedì, luglio 27, 2006

Formia è politicamente fuori da Acqualatina

CSLCA
Il C.S.L.C.A. di Formia esprime soddisfazione dopo l’approvazione in consiglio comunale a Formia di due importanti ordini del giorno proposti dal comitato stesso per tramite del Partito della Rifondazione Comunista, che di fatto sanciscono la rottura dei rapporti societari tra il Comune di Formia e la società Acqualatina spa. Una importante vittoria per il Comitato e per tutti quei cittadini che si sono opposti da sempre alla logica privatista di gestione di un elemento fondamentale per la sopravvivenza umana, l’acqua. La perseveranza paga !! Dopo più di un anno di lotta, di iniziative nelle piazze, nei quartieri popolari e fra la gente, anche i consiglieri comunali di Formia prendono atto di quanto nefasta sia per tutti la scelta privatista di gestione del servizio idrico cominciata nel 1998.
Insomma, da lunedì scorso il Comune di Formia è politicamente fuori da Acqualatina, ed ha espresso in tal modo un netto voto di sfiducia verso l’attuale gestore dell’acqua.
Ancora una volta la cronaca dei fatti conferma come le uniche “armi” che i cittadini possono utilizzare per difendersi dalle scelte amministrative fatte sull’onda di uno sciagurato neo liberismo, siano l’autorganizzazione l’autodeterminazione, la disobbedienza civile. I punti salienti votati dalla sola maggioranza di centro sinistra, ad esclusione di alcuni consiglieri comunali della margherita, sanciscono la rottura dei rapporti societari tra il Comune di Formia e la società Acqualatina spa, nonostante lo strenuo tentativo di difesa assunto dall’unico consigliere di destra rimasto in aula, esimio rappresentante di cotale società perchè membro del consiglio di amministrazione per diverse migliaia di euro mensili. I due provvedimenti votati determinano che:
- il Consiglio comunale di Formia NON approva l’atto costitutivo della società Acqualatina spa;
- il Consiglio comunale di Formia NON riconosce né approva i bilanci di previsione e i bilanci consuntivi degli anni 2002, 2003, 2004, 2005, 2006; NON riconosce né approva i relativi piani di investimento; non riconosce e non approva tutte le articolazioni tariffarie finora applicate agli utenti;
- il Consiglio comunale di Formia vieta alla società Acqualatina spa, o chi per essa, l’interruzione del servizio di erogazione dell’acqua nei confronti dei cittadini morosi residenti nel comune di Formia;
inoltre:
- verranno attuate scelte politiche ed amministrative finalizzate alla ri-pubblicizzazione del servizio idrico locale, compresi capitale ed infrastrutture (fonti, bacini, infrastrutture, impianti, fognatura e depurazione)
- nello statuto del Comune di Formia verrà inserito un apposito articolo che sancirà chiaramente il diritto di approvvigionamento idrico all’acqua per ogni singolo cittadino;
- che verrà promossa la costituzione dei “Consigli dei Cittadini” all’interno dell’Ato 4, i quali dotati di poteri decisionali, e garantiranno un controllo diretto e trasparente sull’intero ciclo delle acque;
- coinvolgere le amministrazioni vicine;
- aderire al Manifesto Italiano per il Contratto Mondiale dell’acqua”

Queste decisioni rafforzano i comitati locali nella lotta per ottenere la totale ri-pubblicizzazione del servizio idrico che proseguiranno con maggiore determinazione ed incisività e con un importante alleato in più, il consiglio comunale della città. Entro la fine di Agosto verrà convocata una assemblea direttiva del C.S.L.C.A. come sempre in piazza, per ri-definire i termini della lotta alla luce dei provvedimenti presi dal consiglio comunale.
Proprio mentre scriviamo questo comunicato centinaia di cittadini delle frazioni collinari, in particolare Castellonorato, stanno pagando l’ennesimo scotto di una gestione nefasta e opportunista, rimanendo senza una goccia di acqua da due giorni: persone anziane, neonati, intere famiglie, attività produttive, si vedono negare l’acqua d’improvviso, con il caldo di questi giorni, senza preavviso e senza spiegazioni.

Formia 18.06.2006
Comitato Spontaneo di Lotta Contro Acqualatina

sabato, luglio 22, 2006

Acqualatina: L'ora della verità

PRC Formia - Sinistra Europea
Grazie all’ordine del giorno (vedi post precedente) su Acqualatina, inserito nel consiglio comunale di lunedì, l’amministrazione comunale di Formia sancirà definitivamente una propria posizione politica circa tutte le nefandezze perpetrate da Acqualatina in questi ultimi mesi. Un consiglio comunale che capita proprio nel momento in cui Acqualatina sta attraversando la più grande, e speriamo definitiva, crisi giudiziaria della propria storia. La sentenza del tribunale amministrativo sulle tariffe, la sentenza della causa promossa da Cittadinanzattiva di Aprilia, le indagini della Procura della Repubblica di Latina sull’eventualità di frode fiscale: tutti elementi giudiziari che dovrebbero convincere anche i consiglieri comunali finora distratti, a sostenere tutte le battaglie politiche contro Acqualatina.
L’ordine del giorno, già inserito nei fascicoli del prossimo consiglio comunale, è una sorta di sfiducia totale contro il gestore dell’acqua, che, se approvato, metterà in discussione gli stessi rapporti tra Acqualatina e Comune di Formia, tra l’altro finora estremamente conflittuali per una serie di contenziosi relativi proprio a rapporti di natura economica. Ma l’eventuale approvazione dell’ordine del giorno servirà soprattutto a riconoscere la validità delle decine di iniziative di lotta spontanee che da un anno a questa parte hanno caratterizzato il contro comprensorio. Iniziative che testimoniano l’insofferenza dei cittadini formiani verso tutte le vessazioni che Acqualatina sta portando avanti ai danni dei cittadini.
Rifondazione Comunista si augura che anche gli altri partiti della coalizione di centrosinistra comprendano le ragioni sociali che dovrebbero caratterizzare una maggiore attenzione verso il problema dell’acqua, considerandolo prioritario rispetto a tante altre inutili discussioni che pervadono il Palazzo, del tipo la scelta del futuro presidente del consilglio comunale di Formia. L’acqua è diventata una emergenza sociale e democratica che non può attendere i tempi dettati dalle diatribe interne ai partiti. I cittadini di Formia hanno diritto a chiedere all’amministrazione comunale di essere vicina a loro in questa battaglia, soprattutto rispetto a ciò che è nel potere del consiglio comunale. A cominciare proprio da una ordinanza che vieti definitivamente lo stacco dei contatori dell’acqua, che è quanto di più barbaro e incivile possa essere.
E’ inutile sottolineare come per Rifondazione Comunista questa sia la madre di tutte le battaglie, e che una mancata approvazione dell’ordine del giorno contro Acqualatina potrebbe snaturare la stessa solidità della coalizione, che proprio su questi temi dovrebbe dimostrare la propria compattezza politica. Una occasione questa per stare dalla parte dei cittadini e dalla parte delle loro rivendicazioni sociali.

Formia 22 luglio 2006

il capogruppo consiliare
di Rifondazione Comunista
del Comune di Formia
Delio Fantasia

O.d.g. Consiglio Comunale del 24 luglio 2006

ORDINE DEL GIORNO: atto di indirizzo su ACQUALATINA

Premesso
che con delibera consiliare n. 95 del 30 settembre 1997 avente per oggetto: “APPROVAZIONE DI SCHEMA DI CONVENZIONE DI COOPERAZIONE REGOLANTE I RAPPROTI TRA ENTI LOCALI DELL’A.T.O. – LAZIO MEIRDIONALE – LATINA”, il Comune di Formia deliberava di aderire all’A.T.O. 4,
che con delibera consiliare n.14 del 9 febbraio 2004 avente per oggetto: “DISCUSSIONE SULLA MODIFICA ART. 12 E 13 CONVENZIONE DI COOPERAZIONE ATO” il Comune di Formia deliberava, tra l’altro, di impegnare il Consiglio Comunale a promuovere azioni e attività che consentano una estensione della quota pubblica anche attraverso l’ingresso di nuovi soci pubblici, vagliando in via prioritaria tutte le possibilità tecniche affinché il controllo, la gestione e la proprietà appartengano alla sfera pubblica, sancendo in tal guisa una netta opposizione verso l’attuale gestione privatistica dell’acqua;
Considerato
che la fallimentare gestione di Acqualatina sta determinando il nascere di un conflitto sociale esteso in tutta la provincia di Latina;
che le colpe della fallimentare gestione ricadono prevalentemente sia sui cittadini economicamente più svantaggiati, sia sulla qualità del servizio e sia sulla stessa economia provinciale;
che in tutta la provincia di Latina stanno nascendo comitati spontanei di lotta dalle dimensioni inimmaginabili per la tradizione sociale della nostra provincia;
che proprio nel gennaio scorso si è tenuta a Latina una grande manifestazione popolare per chiedere il ritorno alla sfera pubblica della gestione, la proprietà e il controllo dell’acqua;
che anche a Formia si susseguono iniziative spontanee di lotta con grande partecipazione popolare, segno di una inequivocabile presa di coscienza popolare contro la privatizzazione dell’acqua;
Considerato altresì
che tra le proprie prerogative legislative, il Consiglio Comunale di Formia dovrebbe fornire indirizzi politici e amministrativi anche per quanto concerne le società partecipate, comprese le circostanze che concernono questioni di grande rilevanza economica e sociale;
che, soprattutto, per una questione come quella dell’acqua, necessiterebbe un parere vincolante proprio del Consigli Comunale, in particolare per ciò che attiene le articolazioni tariffarie;
che tutti gli atti successivi alla delibera di adesione alla convenzione di cooperazione, sono stati approvati senza il parere vincolante dei consigli comunali, eludendo in tal modo le precise norme legislative che riguardano le prerogative dei consigli comunali;
che le circostanze dianzi citate sono oggetto di inchiesta
Ritenuto
che il Consiglio Comunale è l’unico soggetto e organismo deputato a assumere decisioni nei confronti del servizio dell’acqua;

IL CONSIGLIO COMUNALE DI FORMIA DELIBERA
IL SEGUENTE ATTO DI INDIRIZZO


di non approvare: l’atto costitutivo di Acqualatina; i bilanci di previsione e consuntivi degli anni 2003 – 2004- 2005- 2006; di non approvare le articolazioni tariffarie degli anni 2003 – 2004 – 2005 – 2006; di non approvare i piani di investimenti;
di chiedere alla Giunta Comunale di Formia di costituirsi in giudizio nei procedimenti penali attualmente in corso contro la direzione di Acqualatina;
di vietare al gestore dell’acqua di interrompere il servizio pubblico di erogazione dell’acqua nei confronti dei cittadini morosi;

il presente atto viene trasmesso:
al Presidente della Provincia di Latina;
al Presidente di ATO;
al Presidente di Acqualatina;
al Prefetto della Provincia di Latina;
alla Regione Lazio;
comunicazione a mezzo manifesto, stampa, radio e televisione;

giovedì, luglio 20, 2006

Rassegna Stampa: Afghanistan

Il Manifesto 16 LUGLIO

Gli «autoconvocati» fanno il pienone.
Grande successo per l'assemblea sull'Afghanistan. Ovazioni per Strada, Fo e Grillo. Dodici i senatori presenti. «E ora via da Kabul»
Angelo Mastrandrea
Roma
Diciamoci la verità. Che in un assolato principio di week-end romano, in pieno luglio, oltre 600 persone affollassero dalla prima mattina il centro congressi in cui era stata autoconvocata un'assemblea in sostegno degli otto senatori «dissidenti» sull'Afghanistan, andava ben oltre la fantasia di chi l'aveva pensata. E che con loro ci fossero anche altri quattro senatori (Tibaldi e Palermi del Pdci, Salvi dei Ds e Franca Rame) nonché personaggi del mondo dello spettacolo come Beppe Grillo e Dario Fo, autorevoli esponenti del pacifismo come Gino Strada e Alex Zanotelli e addirittura un vescovo come monsignor Raffaele Nogaro da Caserta, dice di come i promotori abbiano intercettato un sentimento finora rimasto impigliato nelle secche della realpolitik. Lo testimoniano i sorrisi a trentadue denti di Salvatore Cannavò, deputato trotsko-rifondarolo con ampi trascorsi nei social forum, e che ora si sente legittimato più di prima nel contestare la linea «menopeggista» del suo partito che ha scelto di optare per la «riduzione del danno» e votare sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan dopo otto no consecutivi quando era all'opposizione. E lo dicono i volti distesi dei senatori «disobbedienti», notevolmente rafforzati dal bagno di folla e dal mandato ricevuto dall'assemblea. A sintetizzarlo un documento finale in quattro punti, letto dal moderatore Tommaso di Francesco, storico redattore del manifesto: «Solidarietà al popolo palestinese, via dall'Iraq e dall'Afghanistan, via le basi militari e il nucleare dal suolo italiano, riduzione delle spese militari». Era iniziata invece con una bandiera palestinese, un'altra arcobaleno e uno striscione «da Roma a Gaza pace giustizia e dignità». Poi i fuochi d'artificio, che non risparmiano nessuno di chi voterà sì alla missione afghana. Nessuno lo dice esplicitamente ma per molti il grande imputato si chiama Rifondazione comunista, visibilmente presente con le minoranze interne ma con la diserzione della maggioranza, fatta salva qualche presenza a titolo individuale. Eppure, in platea non ci sono solo «estremisti» o rappresentanti del ceto politico ma si incontra di tutto: giovani militanti, rifondaroli critici, il trotskista Marco Ferrando in prima fila, il militante ex diessino che applaude Casarini quando dice che «tireremo le uova» davanti a Montecitorio ma a patto che «non facciamo tornare Berlusconi al governo», la mite deputata verde Tana de Zulueta. Beppe Grillo in collegamento telefonico con la consueta verve definisce la guerra «un'operazione di marketing perché l'ha voluta un governo di pubblicitari», e che dunque farà dei «morti di marketing». Dario Fo invece è presente in carne e ossa per dire che non ci sta a «dire sì a una guerra per garantire un equilibrio di interessi». Poi tuona contro le spese militari. Gino Strada parla da Kabul ed è così teso che «questa volta l'intervento me lo sono scritto e ve lo leggo». E' durissimo: «In Afghanistan si combatte per tenere in vita il traballante regime di Karzai, lo sanno tutti tranne, sembra, la politica italiana. Il voto bipartisan al rifinanziamento dimostra il servilismo dell'Italia nei confronti degli Stati uniti». Ancora di più lo è nei confronti dei pacifisti e della sinistra al governo: «Si è arrivati addirittura ad usare il termine pacifismo per giustificare una guerra secondo alcuni giusta. Non chiamiamoci pacifisti ma diamo vita a un movimento contro la guerra. Non ci può essere nessun compromesso con la vita delle persone, non si può barattare una guerra per non far cadere il governo». Piero Bernocchi dei Cobas parla di «scontro serio» perché il «passaggio alla guerra concertata» non riesce proprio a digerirlo. Non ci va leggero nemmeno Casarini: «Alla faccia dell'altro mondo possibile. Rifondazione ha parlato per due anni di non violenza e di cambiare il mondo senza prendere il potere, ora ritiene più importante il governo di tutto il resto e stende una cortina fumogena su quello che sta accadendo in Afghanistan».Parole come pietre che certo non aiutano nemmeno a migliorare i rapporti all'interno del movimento, diviso tra chi sostiene l'idea di procedere con passi graduali verso il ritiro dall'Afghanistan e chi invece si mantiene fermo su posizioni «senza se e senza ma». La comunicazione tra i due mondi è al momento a dir poco scarsa se non conflittuale, una parte di peso della galassia pacifista si è tenuta ben lontana dall'incontro di ieri, a partire da Arci e Cgil per finire alla Tavola della pace. Della Fiom interviene Alessandra Mecozzi, ma solo «a titolo personale». Franco Russo, rifondarolo di maggioranza e vicino alle posizioni del no, prova una difficile mediazione. Ma l'armonia dei tempi dell'Iraq è ormai un ricordo. «E' la sindrome da governo amico che ormai dilaga in certi settori», chiosa Bernocchi. Ma il successo dell'assemblea ora galvanizza gli animi e spinge a ipotizzare un ritorno in campo del movimento no war. La prima volta in massa con il nuovo governo, a fine settembre a Roma. Chi ci sarà è tutto da vedere.

Giordano: «Pacifisti contro il governo»
Nervi tesi Anime del Prc ai ferri corti dopo l'assemblea. Lunedì direzione rovente. Bonelli (Verdi): «Chi vota no spalanca la porta ai neocentristi» Ma i «dissidenti» non ci stanno
Ma. Ba.
Roma
«Abbiamo portato a casa la pelle», sussurra esausto il «dissidente» di Rifondazione comunista Salvatore Cannavò alla fine dell'assemblea di Roma. La piacevole sorpresa di una platea affollata e partecipe aiuta a prepararsi alle pesanti sfide del domani. Del resto è stato lo stesso Cannavò dal palco a precisare sia la radicalità che la portata dell'evento: «Il no alla guerra è la forma più alta della politica, per noi non è una posizione mediabile. Ma non vogliamo far cadere il governo, siamo solo una decina di parlamentari anche un po' sfigati - scherza strappando risate - mi chiedo però cosa sarebbe stato di questa assemblea se fossero venuti, come spesso in passato, tutti e quattro i partiti che hanno votato contro l'Afghanistan, Prc, Pdci, Verdi e Sinistra Ds». «Se i dissidenti non ci fossero bisognerebbe inventarli», chiosa poco dopo Emiliano Brancaccio. Se i senatori e i deputati che voteranno no al ddl volevano sapere cosa ne pensa una parte del movimento pacifista sull'Afghanistan certo non escono con molti dubbi dall'assemblea di Roma. L'incoraggiamento venuto da questa parte della platea pacifista è totale. Forse però proprio per questo pare altrettanto diffuso il fastidio e la preoccupazione di molti di quelli che non c'erano rispetto all'iniziativa romana. La pacifista Marina Sereni dei Ds liquida così l'assemblea: «E' un'area di movimento che si colloca su posizioni antagoniste a prescindere, contro il governo tout court». Un giudizio in parte condiviso anche dal segretario di Rifondazione Franco Giordano: «Colgo in quell'assemblea una soggettività politica che non è tanto legata alla vicenda del decreto quanto al rapporto con il governo. Ci sono forze contrarie a un esecutivo alternativo a Berlusconi». Altrimenti detto, indebolire il governo Prodi apre a ipotesi neocentriste esiziali per chi crede nell'alternativa. Quella dell'assemblea e dei dissidenti insomma è una posizione «di privilegio» e strumentale ad altri disegni politici. Come esplicita Alfio Nicotra, responsabile pace del Prc, criticando il «surplus di politicismo» dell'iniziativa e avventurandosi in macabre contabilità: «Questa corsa a contare chi ha più globuli pacifisti è insensata, i fatti dicono che dopo il decreto l'Italia parteciperà a una guerra in meno e non a una guerra in più». Preoccupazioni condivise anche dal capogruppo Verde alla camera Angelo Bonelli: «Non può esserci una gara tra chi è più pacifista. Il no al ddl sulle missioni sarà l'alibi per un voto bipartisan precursore di una maggioranza diversa che renderebbe marginali le ragioni del popolo della pace» La svolta a destra insomma sembra essere nello stesso tempo sia dietro l'angolo sia possibile da evitare. Nella maggioranza di Rifondazione fortunatamente ci sono sfumature più morbide. Il capogruppo in senato Giovanni Russo Spena, per esempio, usa toni urbani: difende la «buona mediazione» raggiunta alla camera rispetto all'obiettivo comune (che è «il completo abbandono della missione militare in Afghanistan») e invita a evitare «arroccamenti contrari agli obiettivi comuni visto che se in senato si produrranno dei passi avanti sull'exit strategy non potremo che esserne felici». Anche se la partita a palazzo Madama si complica chi era all'assemblea non raccoglie giudizi così duri. Franca Rame, senatrice eletta per l'Italia dei valori, è preoccupata: «Il momento del voto mi spaventa moltissimo», dice con una voce flebile che spiega più di tante parole. E anche la Verde Loredana De Petris è scura in volto. «Chi non è venuto ha fatto male - risponde con determinazione - perché siamo tutti pacifisti ma se ci fossimo uniti fin dall'inizio forse avremmo ottenuto di più». I nervi tesi sono soprattutto nel Prc. Gigi Malabarba, lasciando via dei Frentani, risponde deciso alla segreteria: «Ma Giordano in base a quale mandato è stato eletto sulla guerra? Dire che cinque persone decidono tutto nelle segrete stanze è un'idea berlusconiana della politica che non ci appartiene». E sul partito: «Rifondazione non sta più lavorando sui movimenti, siamo tutti concentrati sugli equilibrismi di vertice». Alberto Burgio invece non entra in polemica: «Se ci si accusa di strumentalità sulla guerra potremmo fare lo stesso. Noi teniamo la stessa posizione che il partito ha preso in questi ultimi anni». Lunedì ci sarà una delicata direzione proprio sul voto. I parlamentari dell'Ernesto (Grassi, Giannini, Burgio e Pegolo) e di Sinistra critica (Cannavò, Malabarba e Turigliatto) porteranno il documento approvato dall'assemblea. Mentre i segretari delle federazioni maggiori (Roma, Torino, Milano, Napoli) chiedono ai «dissidenti» di adeguarsi alle scelte della maggioranza: Torino è (o era) governata proprio dall'Ernesto.

La sinistra che verrà
«Uniti a sinistra», «Rossoverde» e «Asinistra» fissano i punti identitari per una nuova aggregazione programmatica. Guardando all'assemblea nazionale della «Sinistra europea» del prossimo 24 luglio
Antonio Massari
Orvieto
Dal «Palazzo dei congressi» escono tutti soddisfatti. Sorridono, i promotori della sinistra che verrà. S'infilano nella canicola con la certezza i prossimi passi sono già segnati. Il manifesto politico: arriverà ad ottobre. È il primo, dei cinque punti all'ordine del giorno, approvati ieri a Orvieto per acclamazione. Dopo due giorni di convegno serrato, si tirano le somme e si fissano i paletti, come la costituzione del «coordinamento permanente». Altri punti approvati: «Bisogna promuovere una nuova stagione di lotta per la pace», dice Aldo Tortorella, presidente di Arsinistra, leggendo gli appunti scritti a mano. E ancora: «Partecipare alla campagna contro la precarietà. Sviluppare, sul terreno del dibattito costituzionale, un'azione di rinnovamento nel solco dei principi fondamentali della nostra Carta». Insomma, a sinistra ci si muove. A Roma infatti, nelle stesse ore, il coordinatore della segreteria del Prc, Walter De Cesaris, dinanzi ai segretari regionali e ai rappresentanti delle federazioni, fissa due appuntamenti. Il 23 luglio: meeting internazionale della Sinistra europea. E per il 24 - soprattutto - prepara un'assemblea: potrebbe rappresentare la «prima pietra» della Sinistra europea, trasformando il calendario della festa di Liberazione nell'aggancio ideale alla due giorni umbra. E non solo per una questione di appuntamenti. L'assemblea fissata per il 24 dimostra che il «se» sta già lasciando il posto al «come». Il Prc è pronto a fare un passo concreto. Una proposta di metodo: chiedere che, alla fondazione del nuovo soggetto politico, partecipino migliaia di delegati (forse tremila), per evitare che il tutto si risolva con la cooptazione dei gruppi dirigenti. E nella distribuzione dei delegati Rifondazione rivendica il 50 per cento: nell'altra metà, tutti gli altri soggetti. Dalle tre associazioni che hanno fissato il convegno di Orvieto (Uniti a sinistra, Rosso-Verde e Arsinistra) alla sinistra Ds, dai movimenti alla Fiom. Un modo per offrire a soggetti sociali e politici la possibilità di affrontare un percorso comune. Sperimentare una nuova forma di rappresentatività, uscendo dallo schema usuale dei partiti. Una proposta che, a quanto pare, potrebbe non trovare resistenze. Intanto Pietro Folena ieri ha ribadito: «A sinistra c'è una domanda di unità e di azione». Il deputato indipendente del Prc, nella fase conclusiva del convegno di Orvieto, ha dichiarato che ormai «la politica s'è separata dalla vita, è diventata mestiere, e qui entra in gioco la crisi della democrazia. C'è il rischio che la sinistra possa scomparire, come soggettività politica, sia in Italia sia in Europa, come è già successo negli Stati uniti». Quindi è il momento di mettersi al lavoro, continua Folena: «Abbiamo bisogno di un'agenda, di un calendario completo, di un manifesto politico comune che abbia un respiro europeo: penso a un patto federativo aperto a tante componenti». Maggiore prudenza è arrivata però da Famiano Crucianelli, del correntone Ds: «Nel Partito democratico io non ci sarò», ha esordito. Sul nuovo soggetto politico della sinistra, però, ha voluto sottolineare un pericolo: che possa diventare un oppositore del governo Prodi. «Se andasse in crisi il governo di centrosinistra - ha aggiunto - ci correrebbero dietro gli stessi simpatizzanti di questo progetto». E sui fondamenti s'è concentrato, invece, il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini: «Questo progetto non può essere un assemblaggio dell'esistente: né del 15 per cento dei partiti, né delle dinamiche che esistono nei movimenti. E penso che non ci sia nulla da rifondare. Al contrario, c'è da costruire un nuovo soggetto politico: la contemporaneità dimostra che il soggetto lavoro non esiste più, che il capitale ha vinto ed è al massimo della sua potenza. Cos'è, l'internazionale socialista, oggi? Il capitale ormai riduce tutto a merce: a partire dalle persone e dal lavoro. La partita capitale-lavoro del Novecento è chiusa: bisogna capire se oggi, ciò su cui la sinistra s'è fondata, abbia ancora un senso. O se quel senso è perduto. Per me, un senso, ce l'ha, ma abbiamo bisogno di una soggettiva politica che sia nuova davvero». «Coinvolgere tutto il partito, non solo la dirigenza e la fascia intellettuale, nella costituzione della sezione italiana della Sinistra europea». E' questo l'obiettivo chiave che Rifondazione comunista ha davanti secondo il segretario del partito Franco Giordano. Ed è proprio a questo che servirà la convocazione di una conferenza organizzativa, sottolinea il leader del Prc, concludendo l'assemblea dei segretari regionali del partito: «Si tratta di un passaggio democratico fondamentale». Secondo Giordano, per dare vita al nuovo soggetto politico occorre «innovare sia da un punto di vista teorico sia da quello pratico». E su tutto la priorità è quella di «costruire un radicamento sociale, a partire dalla ricostruzione di quello che Pasolini definiva "il Paese nel Paese"». Al seminario di Orvieto il segretario del Prc aveva invece dato ampie rassicurazioni sulla «pari dignità tra soggetti diversi senza alcuna logica di egemonia da parte di Rifondazione» all'interno del nuovo contenitore. Tutto pare ruotare infatti sulla voglia del Prc di mettersi in discussione, come pure aveva già fatto qualche anno fa quando il partito allora guidato da Fausto Bertinotti aveva aperto ai movimenti, pur senza mai sciogliersi, e al G8 di Genova aveva aderito al Genoa social forum.

Liberazione 16 luglio
Castalda Musacchio

«Il nostro “no” ad ogni guerra - continua il documento Rc - è elemento costitutivo del profilo ideale e politico del Prc e l’obiettivo dell’uscita dell’Italia da tutte le missioni militari che violano lo spirito e la lettura dell’articolo 11 della Costituzione ci accomuna». Ed è dall’assemblea di ieri che Rifondazione lancia l’altra grande iniziativa a partire da una grandissima emergenza che di fatto è sotto gli occhi di tutti: la precipitazione del conflitto in Medio Oriente e la drammatica situazione del popolo palestinese.
L’opzione politica, la “linea” dunque, la rotta da seguire è precisa definita. E si potrebbe ancora dire ieri è stata analizzata in tutti i suoi aspetti “geopolitici” interni - nei rapporti con le altre forze dell’Unione e nell’evitare quella deriva centrista che una sfaldatura del partito inevitabilmente provocherebbe - ed esterni - cambiare la politica estera nel segno di una vera discontinuità rispetto al precedente governo Berlusconi - da tutti i dirigenti avvicendatisi sul palco. Anche in vista di quel punto di approdo - la Sinistra Europea - che vedrà a settembre avviare il proprio percorso costituente per il congresso fondativo da tenersi tra l’inverno e la primavera prossima. «Un percorso - precisa lo stesso Walter De Cesaris nella sua relazione introduttiva - che verrà avviato attraverso un processo di tipo congressuale, attraverso un vero percorso democratico: una Conferenza di organizzazione». E due saranno i temi inseriti in agenda: perché Rifondazione nella Sinistra europea ma soprattutto quale Rifondazione nella Sinistra europea.
Ma è stato prioritariamente il “nodo Kabul” a tener banco per tutto l’arco del dibattito. Con una consapevolezza di fondo - la sottolinea ancora De Cesaris -: «Siamo in un passaggio decisivo, un tornante storico per il paese e anche per noi. E dentro una transizione della crisi italiana: in bilico tra una possibilità di crescita e una usita dalla crisi nella direzione di una alternativa di società e la regressione drammatica dentro il conflitto di civiltà in una crisi della politica che può essere leva di una cultura reazionaria di massa che può prevalere». E la “bruciante attualità” lo dimostra. E’ proprio la “bruciante attualità” che ha portato Rifondazione ad avviare quel dibattito necessario per fare il punto, in fondo, e proprio su quale opzione scegliere. Ma nel dialogo, nel reciproco riconoscimento che non può però - c’è sempre un però e piuttosto netto sottolineato ancora dallo stesso segretario di Rifondazione - «portare a una menomazione della linea politica di Rifondazione». «Quello che ci divide - dirà ancora Giordano con un occhio ai “dissenzienti” - non è una diversa posizione sulla pace o sulla guerra è nella scelta politica di fondo nella relazione con il governo». E ancora meglio, a conclusione del dibattito, l’analisi verrà ancora di più sviscerata. «E’ evidente che si sta delineando nella linea politica di questo paese una discontinuità con la linea del governo Berlusconi. Dobbiamo evitare - precisa il segretario Rc - che questa discontinuità sia interrotta». Da qui in fondo nasce proprio quella richiesta ai “dissenzienti” di recedere, per rispettare un vincolo politico, ma soprattutto per i risultati conseguiti sulla situazione politica internazionale, nel decreto sulle missioni, sulla mozione, e anche per rispetto di una linea scelta, per evitare ogni alibi a ipotesi neocentriste che - sottolinea ancora Giordano - «sono sempre acquattate sulla porta di questo governo per determinare una diversa organizzazione dello stesso Esecutivo». E l’assemblea, all’unanimità, chiede in fondo quella autosufficienza dell’Unione sulla partita internazionale e non solo. Anche perché - lo ribadiranno ancora Migliore, Sentinelli, infine lo stesso Ferrero - alcuni di quei risultati concreti che si volevano raggiungere in politica estera sono stati raggiunti e con grandissima difficoltà proprio da Rifondazione. «Non era scontato - sottolinea lo stesso Migliore - il ritiro delle truppe dall’Iraq». Così come non era affatto scontato riuscire a trovare una convergenza su una mozione che di fatto avvia un percorso di “exit strategy” dall’Afghanistan e prepara il superamento di “Enduring freedom” oltre a concretizzare un altro obiettivo: l’applicazione del codice di pace in zone di guerra. Risultati non affatto scontati e contro i quali - è noto - Rifondazione e la sinistra radicale hanno dovuto reggere alle forze d’urto non solo delle destre ma anche a quel “pressing” che proviene proprio da organismi internazionali - si ricordi il monito di Kofi Annan - ma anche della sinistra riformista. «No - concluderà alla fine lo stesso Migliore - tutti questi obiettivi raggiunti non erano affatto scontati». E proprio per raggiungere quegli “altri” obiettivi della pratica politica che non possono essere rinviati - a partire dalla discussione sul Dpef e proprio per rilanciare le politiche contro la precarietà per esempio su cui ha posto la sua attenzione Ferrero - che il mandato politico non può essere messo in discussione. E che, certo, non possono essere lasciati, in un certo senso, nelle mani di altre “lobbies” di potere che premono - e su più fronti - affinché Rifondazione decida alla fine di rinunciare al suo ruolo nell’Unione e nel governo del paese. In definitiva, quel messaggio che in un coro unanime, è stato lanciato ieri dall’assemblea dei segretari regionali e di federazione direttamente ai colleghi di partito è che proprio in nome della pace, tutta da conquistare, Rifondazione dovrà necessariamente ritrovare la sua unità nel voto delle aule. E senza ricorrere alla fiducia. Per i parlamentari Rc, comunque, il capitolo Afghanistan sarà ripreso domani in direzione.


A Roma i “ribelli” con i pacifisti: sulla guerra nessuna mediazione Perché se la guerra è un «sistema di dominio e di oppressione che non serve a ridurre i fenomeni terroristici», come si legge nella mozione, il no alla guerra è «fondativo di un’identità collettiva che non intende spezzare il filo che lega le mobilitazioni degli ultimi anni». A partire dal Kosovo, è stato ricordato, per arrivare in tempi brevissimi a un’iniziativa sulla Palestina, la «nuova, vecchia guerra», contro cui già da domani si comincerà a manifestare: una fiaccolata a Roma sarà tutt’uno col presidio del pomeriggio sotto Montecitorio a sostegno del no alla missione afgana e di chi lo pronuncerà in Aula.
Questo chiede la mozione finale, solidarizzando col popolo palestinese: il cessate il fuoco e il ritiro di Israele, lo smantellamento del muro e lo sblocco degli aiuti europei all’Anp, la revisione della cooperazione militare con Tel Aviv e un impegno dell’Onu per un’interposizione militare nei Territori occupati. E, ancora, la fine dell’occupazione di Iraq e Afghanistan (che sono il problema non la soluzione) riprendendo la piattaforma lanciata al Fse di Atene per una mobilitazione internazionale in autunno.
Chi si fosse aspettato provocazioni politiche estremiste (l’equivalente di quel “10, 100, mille Nassiriya” che ha avvelenato altre scadenze) sarebbe restato deluso di fronte a un’iniziativa che ha visto la partecipazione di anime e culture con profonde differenze - dai cattolici eredi di don Milani fino agli antimperialisti - ma con un dna segnato dalla «magnifica costituzione, quella dell’articolo 11», come manda a dire Samir Amin nel primo dei saluti letti dalla presidenza. Seguiranno quelli di Walden Bello, Noam Chomski, del missionario di Pax Christi Alberto Vitali, di Vitaliano Della Sala, Giulietto Chiesa e Nella Ginatempo. Fino al sottosegretario all’economia, Paolo Cento che ammetterà le debolezze del governo sulla questione afgana. I “ribelli”, insomma, sono tutt’altro che soli, sebbene consapevoli della drammaticità dello snodo e «del fuoco “amico”», come il verde Bulgarelli chiama le pressioni politiche sui “dissenzienti” come lui. Anzi, altri nomi di parlamentari si aggiungono a quelli già noti. C’è Franca Rame, senatrice dell’Idv con Dario Fo, ci sono Cesare Salvi, Luis del Rojo (Prc) e Dino Tibaldi, Caruso, oltre a Grassi, Giannini, Turigliatto, Malabarba, Pegolo, Rossi, De Petris, Palermi, Burgio ecc...
«Questa assemblea - dice Salvatore Cannavò, deputato che fa riferimento alla Sinistra critica del Prc - ha ridato dignità a uno spazio che rischiava di non esserci più». E che, invece, resiste al «“menopeggismo”», ne confuta la possibilità che si assuma come linea politica: «Se di liberismo ce ne può essere un po’ di meno - continua - la guerra o c’è o non c’è, è l’unico punto su cui non si può mediare». E all’accusa, respinta, di voler far cadere il governo, si ribatte con un “se”: «Cosa sarebbe successo se oggi, anziché dei parlamentari “sfigati” si fossero mossi i loro partiti?». Infatti, «c’è un gigantesco paradosso - così sostiene Bernocchi dei Cobas - cosa avremmo fatto se fosse stato Berlusconi ad annunciare un ddl come quello?». E’ la «sindrome da governo amico». Una malattia riscontrabile anche nella diagnosi compiuta da Cremaschi della Fiom: «Se ci fosse stato Berlusconi, saremmo già nelle piazze contro il Dpef!». Non sfugge al Sincobas (Paolo Sabbatini) e ad Attac (Marco Bersani) la relazione tra aumento delle spese militari e blocco dei salari. Si pretende dal governo la discontinuità promessa. Lo fa anche Piero Maestri di Guerre & Pace lamentando il ritardo nella riflessione sul nuovo modello di difesa.
«La sindrome agisce e ha un risultato su di noi», dirà un’altra “fiommina”, Alessandra Mecozzi, pensando alle assenze. «E’ un fatto che proprio nel momento topico il movimento sia diviso», ricorda Sergio Cararo di Radio Città Aperta. Mecozzi, però, come il deputato Franco Russo, lancerà un ponte su cui qualcuno potrebbe incontrarsi presto: «Sostengo tutte le iniziative che si propongono come parte di una discussione più generale». Come dire, la battaglia prosegue anche dopo il voto, ci sono giorni importanti di dibattiti e manifestazioni, ci sarà l’assemblea di sabato prossimo a Genova. «Il governo è un terreno di lotta - ricorda Russo - non di compromissioni».
Ma il punto del voto resta: «Il governo non sta rispettando il suo programma - spiega Claudio Grassi, coordinatore di Essere comunisti e senatore “dissenziente” - c’era scritto che non si sarebbero più votate missioni in blocco e sull’Afghanistan non c’è addirittura scritto nulla». Poi, chi, come D’Alema, lo definisce incosciente, viene invitato da Grassi a interpellare gli operai della Zastava per sapere chi sia il vero irresponsabile.
Bernocchi trova che nel centrosinistra ci siano nostalgie per la guerra concertata e Luca Casarini denuncia la scarsa sintonia tra chi aveva sposato la non-violenza, polemizzando nel movimento anche duramente, e oggi rifinanzia le missioni: «La guerra preventiva è entrata in crisi grazie anche ai movimenti e alle resistenze e la guerra “umanitaria” gli va in soccorso». Il più duro con i “riduzionisti del danno” sarebbe stato Gino Strada che ripete l’appello a mettere l’abolizione della guerra, come fu per la schiavitù, «nell’agenda umana: potranno esserci guerre legali (le leggi cambiano) ma mai guerre giuste». Il chirurgo, fondatore di Emergency, è convinto di pensarla come tantissimi altri. «Solo che queste persone non hanno voce».

Lettera Aperta...di Marcello Zennaro

… alle compagne e ai compagni iscritti al Partito della Rifondazione Comunista, Circolo “Enzo Simeone” di Formia.

Formia 26/06/06
Cari/e compagni/e,
i rappresentanti neo eletti del PRC su indicazione dei vertici nazionali, si apprestano a votare al Senato e alla Camera il ri-finanziamento della missione militare italiana in Afghanistan e, nel contempo, a determinare l’inconcepibile ritardo del ritiro delle truppe di occupazione italiane dall’Iraq. Come comunista convinto e come convinto sostenitore della costituzione italiana (art. 11: l’italia ripudia la guerra come … strumento di soluzione delle controversie internazionali…) non condivido le scelte fatte dai vertici di questo partito, del quale sono appassionato attivista ormai da 16 anni e che ho sempre contribuito a sostenere. Non questa volta però !! Il rammarico si accentua maggiormente considerando che molti compagni/e vedono questa scelta come il risultato di una buona ed opportuna mediazione politica, e non come ciò che invece è: la compartecipazione finanziaria e militare ad un massacro neo-imperialista. Ritengo questa posizione come una inaspettata e pesante sconfitta sul piano ideologico, storico ed etico di questo partito che inevitabilmente ridimensionerà il ruolo sociale e politico del PRC da ora in avanti. Per quanto mi riguarda non esiste né una coscienza né una ragione di partito ne alcun motivo valido tale da poter sopportare o comprendere una scelta simile. Stando così le cose non posso far altro, nonostante il grande affetto e rispetto che mi lega a tutti/e le compagne/i del circolo di Formia, che rimettere le mie dimissioni dalla carica di segretario del circolo cittadino, irrevocabili perchè dettate, con cosciente convinzione, dal ritiro immediato della mia tessera d’iscrizione al PRC.

Marcello Zennaro, comunista.

giovedì, luglio 13, 2006

Senza se e senza ma: si riapre il confronto

PACE
Nuove adesioni all’assemblea autoconvocata per sabato a Roma.
Zanotelli, combattivo missionario comboniano, il filosofo francese Labica e Tariq Alì sono gli ultimi, in ordine di tempo, ad aver annunciato la propria adesione all’autoconvocazione di dopodomani a Roma. L’assemblea, indetta, dai parlamentari dissenzienti sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, vuole rilanciare lo slogan - “senza se e senza ma” - che ha contraddistinto il movimento contro la guerra dal novembre 2001, quando si manifestò per la prima volta contro Enduring freedom, la spedizione anglo-americana contro l’Afghanistan, “madre di tutte le missioni”. Le nuove adesioni, che si vanno ad aggiungere a quelle di scienziati, intellettuali, attivisti di varia provenienza (anche esponenti che si sono dimostrati sensibili alle ragioni di chi insegue una mediazione con posizioni meno radicali), sono il segnale che «si è riaperto un dibattito che sembrava chiuso - dice a Liberazione, Franco Turigliatto, uno dei senatori Prc in dissenso con la scelta di sostenere il decreto - quella parola d’ordine parla ancora, è ancora importante, per tutto il movimento». Intanto, Tariq Alì, economista marxista sessantaduenne (nato in Pakistan ma vive a Londra dagli anni ’60 per sfuggire alla dittatura militare) ha scritto anche una lettera aperta a Fausto Bertinotti (pubblicata ieri da il manifesto esprimendo stupore per la decisione del Prc di votare il mantenimento della presenza militare a Kabul «per motivi umanitari». Trascurare «in nome dei diritti umani, la sovranità nazionale», sostiene la lettera ripresa da molti siti no-war, è uno dei «fattori chiave delle relazioni internazionali dell’“ordine globale neo-liberale”. Non c’è alcuna giustificazione per la presenza della Nato in quel paese se non quella di accontentare Washington. Nelle ultime settimane le uccisioni di civili sono decuplicate».
(vedi sotto - Lettera aperta a Fausto Bertinotti)

Lettera aperta a Fausto Bertinotti

Caro Fausto, ho appreso con stupore che Rifondazione comunista si prepara a votare in favore del mantenimento delle truppe italiane in Afghanistan “per motivi umanitari”. Voglio provare a convincerti che questa decisione rappresenterebbe un grave errore, cosi come nel secolo scorso provai a persuadere chi a sinistra appoggiava l’intervento sovietico a Kabul.
Le grandi potenze o gli stati che agiscono in loro nome non hanno alcun diritto di occupare altri paesi. I due principali progetti dell’ordine neo-liberale sono stati:

1- convincerci che il nuovo capitalismo rappresenti l’unica via possibile per organizzare l’umanità, da questo momento fino a quando il pianeta non imploderà;
2- trascurare, in nome dei “diritti umani”, la sovranità nazionale come fattore chiave delle relazione internazionale.
Poche settimane dopo l’11 settembre, alla televisione canadese ho discusso per un’ora con un importante ideologo di Gorge W. Bush, Charles Krauthammer. Quest’ultimo ha ammesso che il conflitto in Afghanistan ha rappresentato – come io l’avevo definito – “una pura guerra di vendetta”. Qualche giorno fa la Cia ha smantellato l’unità speciale (la Alec station, ndt) creata per catturare Osama bin Laden, un riconoscimento implicito del fatto che la situazione è cambiata radicalmente rispetto all’11 settembre. Dunque qual è la funzione degli eserciti che agiscono sotto comando Nato in Afghanistan? Favorire i diritti Umani? Anche i reporter dei giornali conservatori in Gran Bretagna (i cui soldati vengono uccisi regolarmente) riderebbero di un’ipotesi di questo tipo. Uno di questi giornalisti, Simon Jenkins, recentemente è ritornato da un viaggio a kabul e ha scritto una lettera a Blair.

La débacle britannica in Afghanistan non può essere ignorata, perché le truppe stanno correndo dei rischi. La loro presenza in quel paese non ha nulla a che fare con la sicurezza del Regno Unito. Stanno soffocando di caldo (nella provincia ci sono attualmente 50° C, ndt) e morendo ad Helmand non per sostenere un regime in difficoltà a Kabul – per il quale compito risulterebbero incredibilmente sotto organico – ma per far sopravvivere la Nato in Europa, una missione indegna. Come hanno fatto gli americani a convincre la Nato nel 2004 a diventare l’esercito mercenario di Karzai? Che informazioni ha ricevuto il governo britannico da Washington, dove i funzionari governativi parlano apertamente di scaricare l’Afghanistan sulla Nato, per darle una lezione dopo il mattatoio nei Balcani? Tutte le dichiarazioni che ho sentito suggeriscono che la campagna immaginata dal governo nel sud dell’Afghanistan richiederebbe non 3.000 né 10.000 soldati, ma oltre 100.000(da The Guardian del 5 luglio 2006).

Non c’è alcuna giustificazione per la presenza della Nato in Afghanistan se non quella di accontentare Washignton. Nelle ultime settimane le uccisioni di civili afgani sono decuplicate. I titoli che parlano dell’uccisione di centinaia di talebani non sono altro che disinformazione. Come era stato previsto tempo fa da alcuni di noi, agli afgani non piace vivere sotto occupazione e, prima o pio inizieranno a resistere. Fausto, chiediti perché dovrebbero esserci truppe straniere in Afghanistan. Che il centro-sinistra appoggi la Nato e la maggior parte delle guerre statunitensi è risaputo. Ma lasciamoglielo fare con l’appoggio di Fini, Bossi e Berlusconi (in fin dei conti hanno le stesse opinioni). Per quale motivo l’occupazione di un paese stranier dovrebbe essere con un voto di fiducia? Se Rifondazione comunista votasse a favore, questo rappresenterebbe una tragedia per la sinistra europea e ho paura che possa solo portare a un disastro sia in Afghanistan sia in Italia, nella prospettiva della creazione di un’alternativa politica da voi. Se inizierete ad argomentare sul regime che potrebbe risultare da un eventuale ritiro delle truppe, allora nuoterete in acque agitate. Non dovete dimenticare il patetico passato del vostro paese. L’invasione dell’Albania e dell’Abissinia da parte di Mussolini furono giustificate secondo la stessa logica: stiamo portando la civilizzazione europea a questi monarchici, feudali ed arretrati. Il “regime change” non era accettabile allora e non dovrebbe esserlo ora.
Ti scrivo da vecchio amico di Rifondazione. Spero di poterlo rimanere anche dopo il voto parlamentare.
Fraternamente,
Tariq Ali


Finalmente indagati per truffe e frode!!!

CSLCA
Ci hanno tolto l’acqua pubblica, ci hanno coperto di debiti, ci hanno truffato …
… l’assedio sociale che Acqualatina spa sta imponendo all’intera provincia deve finire !!!
Il C.S.L.C.A. Comitato Spontaneo di Lotta Contro acqualatina esprime la massima soddisfazione per il provvedimento emesso dal p.m. di Latina nei confronti della società Acqualatina spa e dei membri del suo consiglio di amministrazione. L’amministratore delegato, Silvio Morandi e l’ex-presidente Paride Martella sono inquisiti per TRUFFA E FRODE NELLA FORNITURA DI SERVIZI PUBBLICI. Questa è l’ennesima dimostrazione del vero scopo di questa società e di ciò che producono le privatizzazioni dei servizi pubblici: truffe, frodi, speculazioni a danno dei cittadini. Il Comitato auspica che le indagini per accertare le responsabilità dei due e di tutti i membri del consiglio di amministrazione, vengano condotte con la massima determinazione ed in totale trasparenza, senza il pericolo di condizionamenti, forzature politiche o insabbiature massonico mafiose. La lotta che il Comitato sta conducendo per la totale ri-pubblicizzazione del servizio idrico va avanti e finalmente approderà al consiglio comunale di Formia il prossimo 24 Luglio, dove oltre che discutere e votare una delibera proposta ed elaborata dal Comitato stesso, verrà presentata la richiesta al consiglio e alla giunta comunale di costituirsi parte civile in ogni eventuale procedimento processuale penale che veda imputata la soc. Acqualatina spa o i membri del suo consiglio di amministrazione. Inoltre in accordo con il Comitato di Aprilia, chiederemo agli enti preposti di verificare gli estremi per l’annullamento della costituzione di questa azienda, in quanto palesemente sprovvista delle indispensabili autorizzazioni dei consigli comunali per istituirla. Nel contempo il comitato contro Acqualatina continua a riunirsi per valutare le prossime iniziative pubbliche di lotta, molte delle quali dipenderanno dall’esito del voto del Consiglio Comunale di Formia del 24 luglio prossimo.
La proprietà, la gestione, l’erogazione dell’acqua devono tornare ad essere di totale controllo delle amministrazioni pubbliche, ovvero dei cittadini !! L’acqua è un bene pubblico è un diritto inalienabile dell’essere umano, NON DEVE ESSERE OGGETTO DI SPECULAZIONE E PROFITTO !!!

C.S.L.C.A.
controacqualatina@tiscali.it
Comitato Spontaneo di Lotta Contro Acqualatina
Formia

mercoledì, luglio 05, 2006

Riconoscimento civico alla squadra di calcio CCP

PRC Formia E. Simeone - Zigone
Rifondazione Comunista chiederà al Presidente del Consiglio Comunale di Formia e alla conferenza dei capogruppo di inserire un ulteriore argomento all’ordine del giorno del successivo consiglio comunale. Si tratta di un argomento quanto mai di attualità in questi giorni, alla luce delle ultime vicissitudini giudiziarie che hanno colpito il calcio e lo sport italiano. Si chiederà al consiglio comunale di Formia di ratificare un atto di indirizzo nel quale viene riconosciuta uno speciale riconoscimento civico alla locale squadra di calcio del CCP, squadra che milita attualmente in terza categoria, ma che ha anche affrontato categorie superiori, e che fa sport dal 1973. Per tutta la città la squadra del CCP di Formia ha sempre rappresentato il simbolo del calcio pulito, disinteressato e svolto con la sola passione per lo sport e per il gioco. Le centinaia di giovani che nell’arco di 33 anni hanno militato in questa squadra di calcio, possono testimoniare personalmente ciò che il CCP ha rappresentato per lo sport e per l’intera città. Una squadra che si è retta essenzialmente sui contributi degli sportivi e che non ha mai chiesto le enormi cifre di finanziamento pubblico che le altre squadre locali hanno sempre avanzato. Una società che ha aiutato molti giovani formiani a ad affrontare la vita secondo diversi principi morali rispetto a quelli in voga oggi nel calcio. Una squadra che, tra l’altro, è anche stata fucina di interessanti promesse calcistiche del comprensorio. Insomma, un riconoscimento civico non solo alla squadra, ma anche all’intera città che ha tratto solo benefici dall’esistenza di questa squadra. Rifondazione Comunista, nel proporre questo riconoscimento civico all’intero consiglio comunale, auspica che tutti i rappresentanti in consiglio comunale sappiano cogliere lo spirito con il quale questa proposta viene avanzata, ovvero riconoscere il giusto ruolo sociale allo sport e al calcio, e educare i giovani a valori che nulla hanno a che fare con i miliardi con i quali vengono pagati i giocatori di calcio. Questo riconoscimento civico sarebbe, infine, un giusto monito pedagogico per le nuove generazioni, per affrontare lo sport in modo pulito, sano e scevro da ogni elemento di arrivismo a tutti i costi, tipico del calcio italiano. Questa squadra non sarebbe durata 33 anni se non vi fosse stato un allenatore e dirigente come Osvaldo Scipione, uomo di grande spessore sportivo e morale che ha fatto del calcio una propria ragione di carattere innanzitutto sociale, e che ha educato centinaia di giovani allo sport, distraendoli da tutte quelle tentazioni che la società quotidianamente propina. A lui dovrebbe andare il ringraziamento dell’intera città.

il capogruppo consiliare di Rifondazione Comunista
Delio Fantasia
il segretario di Rifondazione Comunista
Marcello Zennaro
l'assessore di Rifondazione Comunista
Claudio Marciano

sabato, luglio 01, 2006

Fazzone presidente della società Acqualatina

PRC Formia E. Simeone - Zigone
Il PRC di Formia esprime sdegno e disapprovazione per quanto scaturito nell’ultimo consiglio di amministrazione della società acqualatina. La nomina a presidente di detta società di un neo eletto senatore della repubblica è la netta dimostrazione della collusione tra politica ed imprenditoria speculativa, vero e proprio cancro culturale e sociale per l’intera nostra provincia, e di come questa logica massonica utilizzi le cariche istituzionali per garantirsi un minimo di credibilità e per nascondersi dietro i poteri forti di fronte alle sentenze del TAR (è di questi giorni la sentenza che determina ILLEGGITTIME le tariffe imposte nel biennio 2005/06) e di fronte all’opposizione di una opinione pubblica sempre più organizzata e sempre più determinata in tutta la provincia di Latina. Il PRC, in particolare il Circolo “Enzo Simeone” di Formia, ha sempre osteggiato la privatizzazione del servizio idrico con azioni politiche, interrogazioni parlamentari, manifestazioni, raccolta firme e combatte da diversi anni una vera e propria battaglia al fianco delle migliaia di cittadini, dei comitati spontanei, delle associazioni e dei sindacati, esasperati dallo scandaloso “affare acqua” nella provincia di Latina. Il Circolo di Formia si farà portavoce della protesta dei cittadini e della rivendicazione del diritto all’acqua, in tutte le istanze istituzionali dove sono presenti propri rappresentanti, facendo presente il livello di collusione raggiunto da questa “associazione di soggetti” e istruendo, attraverso i deputati del PRC alla Camera e al Senato, urgenti interrogazioni, in particolare al Presidente del Senato sul conflitto d’interessi determinatosi con la nomina di fazzone. Quella per la ripubblicizzazione del servizio idrico è una battaglia nella quale si devono necessariamente schierare in modo chiaro e determinato tutti i cittadini, i sindaci e gli amministratori pubblici, i partiti, i sindacati, le associazioni che riconoscono l’acqua come bene fondamentale dell’essere umano e non una merce oggetto di speculazione privata e politica.

Formia 30.06.2006
Il segretario del circolo PRC “Enzo Simeone - Zigone” di Formia
Marcello Zennaro

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